Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani
Sottocommissione sulla promozione e protezione dei diritti umani
Gruppo di Lavoro sulle forme contemporanee di schiavitù
27ª sessione
 
 
Ginevra, 27 - 31 Maggio 2002

Lavoro forzato e schiavitù di donne e bambini in Sudan

La schiavitù, ovvero il rapimento seguito dal lavoro forzato, rimane una realtà in Sudan, dove migliaia di persone attendono di essere liberate e molte altre continuano ad essere rapite.

In un comunicato del Presidente del CEAWC, Committee for the Eradication of Abduction of Women and Children (Comitato per la lotta contro il rapimento di donne e bambini) del 30 agosto 2001, si fa notare che il numero di rapiti documentati dal CEAWC rimaneva limitato a 1200. Questo dato copre invece solo una piccola percentuale del totale delle persone che attendono di essere rilasciate, una cifra compresa tra 5000 e 14000 1, e suggerisce inoltre che il CEAWC non abbia fatto progressi significativi nel 2001 sul piano dell'identificazione e del rilascio delle vittime dei rapimenti e del lavoro forzato.

Inoltre, nell'ottobre e novembre del 2001, nel Sudan alcune ONG hanno denunciato nuovi raid nel Bahr El Ghaza settentrionale con conseguenti sparizioni di donne e bambini. Il 28 marzo 2002 il Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nel Sudan, Gerhart Baum, segnalava: "Continuo a ricevere segnalazioni di casi di raid seguiti da rapimenti…". Il Relatore Speciale sosteneva la necessità di un monitoraggio permanente nella zona per fermare "questa invisa pratica che esiste ancora tutt'oggi".

Queste informazioni confermano i timori che il Governo non abbia preso provvedimenti adeguati per porre fine ai raid e alla schiavitù.

Nel gennaio del 2002, il Governo Sudanese ha tuttavia emesso il Decreto 14/2002 che prevede misure per il rafforzamento del CEAWC, fra cui l'assegnazione del Comitato alla supervisione diretta dell'Ufficio di Presidenza, garantendo una presidenza permanente e risorse adeguate. È stato anche riconfermato il precedente responsabile del CEAWC, il Dr. Ahemed El-Mufti.

In base a informazioni raccolte dal Relatore Speciale dell'ONU, il CEAWC intende portare a termine il proprio mandato e produrre risultati concreti nel giro di un anno. Sono state organizzate due conferenze di riconciliazione, nel Kordofan e nel Darfur, per risolvere la questione dei rapimenti secondo metodi tradizionali. Procedimenti giudiziari sono previsti solo in ultima istanza, allo scadere dell'anno.

Ciò non rappresenta una deviazione importante rispetto alla politica del CEAWC, che non si è avvalso nel proprio mandato di strumenti giudiziari. Anti-Slavery ritiene che sia arrivato il momento che il governo adotti misure urgenti per porre fine all'amnistia de facto di cui beneficiano i responsabili dei rapimenti e i carcerieri delle vittime.

È necessaria una condanna chiara, non solo dei sequestri, dei rapimenti e del lavoro forzato, ma anche delle "false adozioni", della schiavitù per debito, dell'impiego dei minori lontano dalle loro case e senza il consenso dei genitori o dei tutori, e del matrimonio più o meno imposto alle ragazze, le quali continuano ad ignorare le proprie origini e i propri diritti.

Il Governo dovrebbe inoltre introdurre nuove leggi o emendare quelle esistenti per vietare tutte queste pratiche, e prevedere pene proporzionali alla gravità delle violazioni dei diritti umani commesse. Il Governo sottolinea a ragione che in virtù dell'Articolo 162 del Codice Penale il rapimento è punibile con 10 anni di prigione, ma la pena per induzione al lavoro forzato è attualmente di un solo anno. Le sanzioni contro lo sfruttamento del lavoro forzato devono essere adeguate e comminate con molto rigore, altrimenti si otterrà l'effetto di incoraggiare nuovi rapimenti.

Le dichiarazioni del Presidente al Bashir, che liquidano le denunce della schiavitù in Sudan tacciandole di " mera propaganda mediatica" (Gennaio 2002), e del Dr. El-Mufti, che descrive la schiavitù in Sudan come una "accusa infondata" (Aprile 2002), hanno lo spiacevole effetto di dimostrare che il Governo non considera la pratica del rapimento e del lavoro forzato un problema serio per il Sudan, né tanto meno un problema prioritario.

Legato a questi fatti è l'arresto, il 15 gennaio 2002, di Nhial Bol, direttore del quotidiano indipendente Khartoum Monitor. Bol è stato in seguito condannato a sei mesi di detenzione o al pagamento di una multa di cinque milioni di sterline sudanesi (US $ 1933), per "diffusione di notizie false". Bol è stato rilasciato il 17 gennaio in seguito al pagamento della multa ad opera dei colleghi del Khartoum Monitor. Lo stesso giornale è stato condannato a pagare 15 milioni di sterline sudanesi (US $ 5799), pena la minaccia del sequestro delle attività.

L'articolo in questione accusava il governo di favorire la schiavitù poiché non impediva ai rapitori, che secondo l'articolo prendevano donne e bambini del sud per farne degli schiavi, di viaggiare sui treni di proprietà del governo. Il fatto che il treno armato sulla tratta Wau a Babanusa venga utilizzato da anni dalla milizia appoggiata dal governo per effettuare raid e rapimenti, è di pubblico dominio. Per esempio, nell'aprile del 2002 una risoluzione delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Sudan (E/CN.4/2002/L.27) richiamava il governo del Sudan affinché "prendesse ulteriori misure per sradicare la pratica, in particolare quei casi connessi con il passaggio del treno governativo attraverso Bahr al Ghazal".

Di conseguenza, Anti-Slavery resta indignata di fronte all'arresto e alla condanna del giornalista in seguito alla pubblicazione di informazioni che sono già di dominio pubblico e ben note alle Autorità. La condanna di Nhial Bol e del Khartoum Monitor è una palese violazione del diritto alla libertà di espressione, e mostra che il Governo è più interessato a processare chi esprime preoccupazioni sulla pratica della schiavitù che i responsabili dei rapimenti stessi.

Nello stesso mese in cui Bol veniva processato, il governo sudanese concordava con il senatore americano John Danforth sul fatto che il tema della schiavitù, dei rapimenti e della servitù forzata sarebbero diventati uno dei quattro punti principali che avrebbero dovuto essere oggetto da parte del Sudan di misure volte ad "acquistare credibilità" in vista di qualsiasi negoziato di pace.

L'iniziativa statunitense di investigare su schiavitù, rapimenti e servitù forzata vedrà il dispiegamento di una squadra tecnica di supporto alle verifiche sul campo condotte dagli ispettori.Una commissione internazionale d'inchiesta, guidata dagli USA, è arrivata a Khartoum l'8 aprile 2002 per dare inizio all'investigazione.

L'avallo da parte del governo sudanese di queste iniziative statunitensi deve essere accolto favorevolmente, così come il suo impegno a rafforzare ed appoggiare il lavoro del CEAWC. Va sottolineato, tuttavia, che il CEAWC non è stato finora inserito nel contesto di una politica sistematica volta a prevenire ulteriori casi di rapimento o ad assicurare alla giustizia i responsabili di queste violazioni dei diritti umani. Perciò, Anti-Slavery chiede che il governo del Sudan:

1. dichiari pubblicamente illegali il rapimento e tutte le pratiche ad esso collegate, adotti tutte le modifiche legislative del caso e faccia effettivamente rispettare la legge. In via prioritaria, persegua tutti i responsabili di nuovi rapimenti.

2. Fornisca al Gruppo di Lavoro rapporti dettagliati sulle misure adottate per prevenire ulteriori rapimenti e comunichi il numero preciso delle persone accusate e incriminate per rapimento ed induzione al lavoro forzato, con le relative sentenze emesse.

3. Si assicuri che le donne rapite, e successivamente maritate, vengano esaurientemente informate delle alternative, in un contesto neutrale, consentendo loro di decidere liberamente se restare con i mariti o meno. Nel caso di bambini inseriti in altre famiglie, il criterio determinante per decidere sul da farsi deve essere il loro interesse.

4. Garantisca al CEAWC fondi, risorse, personale e appoggio politico adeguati per consentirgli di esercitare al meglio le proprie funzioni.



1 Non ci sono dati ufficiali sul numero di persone rese schiave dopo il 1983. Il Comitato Dinka stima tuttavia che siano stati rapiti un totale di circa 14.000 Dinka, di cui 8.000 sono stati trasferiti nel Kordofan occidentale e 6.000 nel Darfur meridionale. All'inizio del 2000, un rappresentante dell'UNICEF ha stimato tra 5.000 e 10.000 il numero di prigionieri.